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23 Ottobre 2008
Morti bianche
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"... Un soldato è un cittadino come tutti gli altri, i suoi arnesi di lavoro danno la morte perché il suo lavoro sta proprio nel difendere persone “inermi” (senza armi) da malintenzionati armati e, bada bene, non è lui a decidere chi sono i malintenzionati: ma lo Stato..."

- forse avrò avuto cattivi insegnanti, forse avrò letto cattivi libri ma non ho mai saputo di qualcuno che dichiarasse di attaccare per primo deliberatamente o uccidere senza motivo. tutti dicono di usare le armi per "difendere" qualcuno o qualcosa. difendere inermi, difendere il suolo, difendere la patria, difendere questo o quello... ma nessuno mai inizia per primo? tutti reagiscono e difendono. insomma i cattivi sonosempre gli altri.
anche i soldati che compirono stragi di civili in kossovo e in bosnia e negli altri scenari di guerra difendevano qualcuno, peccato che compissero che le vittime fossero inermi disarmati dell'altro fronte.
anche gli americani sapevano che saddam hussein nascondeva arsenali sotto scuole e asili ma bombardavano egualmente: difendevano anche loro figli che stavano negli stati uniti?
lo stesso dicasi oggi in afganistan.
è fatalità della guerra? no è scienza della distruzione.

"...Uno che sceglie di servire la collettività utilizzando le armi non significa che debba per forza morire sparato..."

- e deve per forza ammazzare sparando qualcuno? è una decisione divina superiore al suo volere che forza il dito sul grilletto?

"...e ci si dimentichi di studiare strategie e soluzioni per ridurre le morti sul lavoro..."

- più che strategie bisognerebbe cominciare a fare concretamente qualcosa: se il datore di lavoro sapesse di rischiare seriamente la galera se un suo lavoratore muore sarebbe egli il primo a obbligare il dipendente a usare i mezzi di protezione.purtroppo la colpa è sempre di chi muore, che tanto non potrà mai dare la sua versione dei fatti.

luigi colombo - l.colombo58@alice.it - 23-10-08

23 Ottobre 2008
Morti bianche
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L’idea di esporre il tricolore per le morti bianche dimostra una grande
sensibilità. A quanto pare la campagna governativa di “attenzione” ha
sortito il suo effetto. Non capisco però il distinguo nei confronti di
chi muore in missioni di “pace” o guerra che sia. Un soldato è un
cittadino come tutti gli altri, i suoi arnesi di lavoro danno la morte
perché il suo lavoro sta proprio nel difendere persone “inermi” (senza
armi) da malintenzionati armati e, bada bene, non è lui a decidere chi
sono i malintenzionati: ma lo Stato. Uno che sceglie di servire la
collettività utilizzando le armi non significa che debba per forza
morire sparato, così come il pompiere non deve necessariamente morire
bruciato o intossicato dal fumo e il muratore volando giù da un’
impalcatura o prendendo una travata in testa.
Ogni mestiere ha i suoi rischi e tutti i lavoratori hanno il diritto
che si faccia il possibile per ridurli, limitarli, evitarli; per alcuni
mestieri è più difficile che per altri ma bisogna comunque ridurre il
rischio.
Se poi il grande Leviatano ci tenie a “distinguere” coloro che
muoiono ammazzati al suo diretto servizio (soldati, magistrati,
poliziotti, ecc.) dagli altri cittadini è perché così gli costa meno.
Più grande è il senso di colpa di non averli fornito gli strumenti
adatti ad affrontare il rischio e più sventolano le bandiere. Non
vorrei che sull’onda del simbolismo statale si arrivasse a fare la
stessa cosa anche per tutti gli altri lavoratori e ci si dimentichi di
studiare strategie e soluzioni per ridurre le morti sul lavoro.

Carlo Petrini




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