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16 Settembre 2008
Sabra e Chatila, una strage
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ricorre in questi giorni il 26° anniversario della strage di sabra e chatila: circa 2000 morti fra donne, bambini e anziani.

gli uomini palestinesi in grado dicombattere erano stati prelevati e inviati altrove poco prima.

l'operazione militare fu condotta materialmente dalle milizie falangiste ma messa a punto con l'esercito israeliano che forniva il supporto logistico (come i camion con potenti fotocellule che dall'esterno del campo illuminavano la zona) comandato dal generale ariel sharon, allora ministro della difesa e in seguito primo ministro. per questa strage sharon fu anche processato dalla commissione kanhan, gli furono attribuite responsabilità personali ma non venne mai condannato anche se l'eco internazionale è tuttora vivo sulla vicenda.

isaele organizzò l'azione punitiva contro i palestinesi profughi a seguito di un fallito attentato contro un console in gran bretagna.

il 12 settembre sharon incontrò il presidente libanese gemayel, cristiano maronita leader dei falangisti, da poco eletto, ed altri leader falangisti per preparare l'azione.

il 14 settembre gemayel rimane ucciso in un attentato compiuto da un libanese cristiano ma legato a frange dissidenti.

il 15 settembre sharon dette ordine alle truppe israeliane di non entrare fisicamente nel campo, e contemporaneamente si installò personalmente nel palazzo dell’ambasciata del kuwait, dalle cui finestre si può osservare chiaramente il campo di sabra e chatila.

il 16 settembre, alle cinque del pomeriggio, le truppe falangiste iniziarono ad entrare nel campo, che per tutta la durata della strage rimase circondato dall’esercito israeliano che forniva supporto all'operazione.
per 40 ore i falangisti poterono compiere indisturbati la loro missione nei confronti degli abitanti del campo.
alla fine il bilancio fu pesantissimo: centinaia le abitazioni distrutte e un conto delle vittime oscillante tra le duemila e le tremila. la scena del campo di chatila quando vi entrarono gli osservatori stranieri il sabato mattina era un incubo: donne, bambini, vecchi e giovani, giacevano morti sotto il sole cocente per le strade del campo. ogni viuzza raccontava la propria storia di orrori.

il campo profughi palestinese di sabra e chatila è abitato attualmente da 17mila persone, che vivono stipate in poco più di un chilometro quadrato. camminando lungo gli stretti vicoli e gettando uno sguardo all’interno delle povere abitazioni, in cui la luce del sole arriva di rado, poiché le abitazioni si sono sviluppate in altezza, si coglie il profondo senso di dignità di questo popolo: anche in uno stanzone occupato da dieci persone, l’ordine e la pulizia sono la regola, i bambini corrono dietro ai visitatori, ma mai, assolutamente mai, per chiedere qualcosa, soltanto per stringere loro la mano, per scambiare quell’unica frase di inglese che conoscono: “what’s your name?”.


luigi colombo - l.colombo58@alice.it - 16-9-'08


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