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| |  | | Fin che la barca non va...a fondo Commenta Vedi tutti gli argomenti
La situazione è quello che è: Preoccupante. Anch'io non voglio entrare nel merito delle responsabilità politiche che pure ci sono, sono gravi e imputabili in misura maggiore o minore anche ai politici, mi interessa di più analizzare le responsabilità dell'economia, ovvero il sistema delle produzioni/consumo, e il sistema delle comunicazioni partendo da Fromm.
Fromm nel suo "Avere o Essere" descrive in modo perfetto le differenze fra due archetipi: L'uomo della civiltà dell'AVERE e l'uomo della civiltà dell'ESSERE.
L'uomo della civiltà dell'avere, aspira costantemente ad accumulare beni materiali a prescindere dall'effettivo bisogno fisico o spirituale, pena il sentirsi irrealizzato e disadattato. Ciò che più lo interessa è il possesso per il possesso.
L'uomo della civiltà dell'essere non tende all'accumulo di beni materiali e al consumo fine a se stesso, egli è interessato a disporre di quei beni che contribuiscono alla sua sopravvivenza e all'evoluzione del suo ESSERE in quanto tale (corpo e anima). Il possesso per il possesso non lo interessa.
Uno dei grandi meriti della civiltà industriale che stiamo vivendo, è quello di aver messo a disposizione beni materiali in grande quantità a fasce sempre più grandi di popolazione. Nella storia non si era mai verificato niente di simile, tutte le conquiste e i progressi dell'umanità avvenuti nel secolo scorso si devono anche e soprattutto alla civiltà industriale.
Purtroppo però, per far funzionare il giocattolo, è vitale per il sistema produrre beni in quantità esponenziali da distribuire al minor costo possibile, al fine di raggiungere fasce di mercato sempre più ampie e incrementare costantemente i guadagni. Per ottenere questo risultato si fa ricorso all'ottimizzazione dei costi e alla competitività, che vuol dire spremere al massimo uomini e popoli in termini di fatica/lavoro e razzia delle materie prime. Altra condizione indispensabile alla sopravvivenza del giocattolo, consiste nel disporre di uomini/consumatori dediti alla filosofia dell'AVERE.
Per fare ciò un sistema di informazione studiato per suscitare costantemente nuovi desideri (pubblicità e persuasione occulta) e che faccia sentire una cacca chi non ha un LCD nel cesso (per dirla con
Walter) o dieci telefonini, o il tutto griffato ecc. e che tende a nascondere modelli di vita alternativi, può garantire e garantisce risultati eccellenti (lo disse anche Marshall Mc Luan).
In certe condizioni però il giocattolo mette in crisi se stesso. È quello che sta succedendo adesso. Popoli usati per almeno un secolo in termini di forza lavoro e sfruttamento delle materie prime da parte della civiltà occidentale, stanno a loro volta diventando protagonisti su scala mondiale con il loro "giocattolo" estremamente più competitivo del nostro in termini di efficienza e basso costo. Si chiudono quindi le possibilità di conquistare fasce di mercato sempre più ampie sulle quali scaricare le produzioni occidentali e la comunicazione/persuasione ha sempre più difficoltà a suscitare la propensione al consumo, di per sé già messa in crisi dalla scarsità di lavoro e di reddito.
Visto dal punto di vista dell'economia (così come la intendiamo oggi), è un bel casino. Un bel casino anche per chi come noi, cresciuto nella filosofia dell'avere, deve cominciare a rinunciare a qualche cosa. Io penso che sia giunto il momento di mettere seriamente in discussione questo sistema economico, partendo da una semplice riflessione sui due modelli di civiltà analizzati da Fromm e ricordati anche da Papa Ratzi durante il suo discorso a Loreto ai
giovani:
"Abbandonare l'avere e perseguire l'essere".
Proviamo a domandarci: Ci serve veramente tutto quanto ci viene proposto in termini di beni di consumo? Quanto ci viene proposto serve veramente alla nostra crescita fisica, intellettuale e spirituale, o serve solamente per soddisfare la nostra brama di possesso per il possesso? È giusto anelare alla "proprietà" di un bene oppure è meglio cercare di "disporre" di un bene per quel che deve servire e non per quello che può significare? (prestigio, simbolo di stato e stupidaggini simili).
Forse, ponendoci interrogativi di questo tipo, ci accorgeremo che molto, forse troppo di ciò che ci viene proposto è superfluo e se ne può fare a meno, e forse cominceremo a manifestare altre esigenze con le quali anche l'economia e il sistema di produzione dovranno fare i conti.
Non dobbiamo dimenticarci che in ultima analisi gli attori dell'economia e del mercato siamo noi. Se veramente lo vogliamo, con le nostre scelte le cose possono cambiare.
Detto con la zappa e senza essere un esperto.
Gianfranco Salvemini
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